l'attimo che fugge

E' solo quello senza senso, e allora che vada pure al diavolo!
L'attimo fuggente.
Siamo forse in cinque o sei, cinque o sei persone al mondo a cui non piace questo film.
C'è una linea abbastanza sottile che divide la cattedra dal palcoscenico, ma è una voragine e per non caderci dentro non ci basterà certo ballare sui banchi.
C'è un uditorio da affascinare, ci sono parole da dire, frasi di altri da interpretare, gesti da misurare e pause da rispettare... ma una cosa è fare l'attore e un'altra il maestro.
E non è affatto facile trovare qualcuno in cui le due cose coincidono, come non è facile trovare il genio, la genialità non si trova al supermercato.

Tante cose dotte e interessanti sono state dette su questo film, eppure continua a lasciarmi quel rabbioso senso di falsità estetica che me lo rende insopportabile.
E' facile, facilissimo salire in cattedra e scoprire dopo una lezione particolarmente riuscita che una buona dose di soddisfazione è stata il frutto di un auto-compiacimento. Ci si ascolta parlare, ci si piace. Ok, ci può stare...ma solo questo non è educare, non è tirar su uomini mi spiace, non lo è.

Sono ben più numerose le lezioni sgonfie, faticose, quelle che ti spaccano i muscoli e i sentimenti, sembra di salire una montagna con un carico di sassi da trascinare a braccia. Finisce la giornata e ti accorgi che non ti sei spostato di un millimetro. Non hai fatto il grande gesto, non è entrato uno iota in quelle testoline, l'unica cosa di cui sei certo però è che li hai amati, anche così hai cercato di scoprire il loro destino insieme al tuo.
Non è una tua parola detta bene che li può salvare, non è l'estetica nè il romanticismo che fanno di un appassionato un educatore.
Perchè inseguire l'attimo che fugge se è vuoto?
Io devo dire di una pienezza, a cosa educo se tutto fugge? Se la bellezza è vana a che scopo vivere? La bella immagine del poeta con la fronte imperlata di sudore perchè appassionato di...vuoto? La normalità è una catena? Solo una vita esteticamente affascinante vale la pena di essere vissuta? Allora per noi, massa di impiegati e fattorini, per noi che riempiamo le tangenziali ad ore fisse, sì per noi, l'unico gesto poeticamente vero sarebbe solo il suicidio?
Ho visto persone semplici curve per notti intere su pile di quaderni, ligi compilatori di registri, pazienti ascoltatori, attenti lettori di pagine dalla grafia impossibile, gente che non aveva memorabili frasi per definire Tizio e Caio, per squadrarli e incasellarli nei ristretti spazi di definizioni senza speranza...gente appassionata e invisibile, forse esteticamente brutta ma consapevole di avere a che fare con la cosa più grande degli uomini: la loro libertà.
Niente danze sui banchi nè sulle tavole del palcoscenico, solo un paziente lavoro da giardiniere, curvo, curvo sulla terra di un altro a far crescere il seme di un altro, perchè è di un altro la baracca non della tua performance.

Corsi di aggiornamento

Quando i bambini hanno finito di stare dietro ai banchi incominciano a starci le maestre. Mai dimenticarsi cosa vuol dire sottoporre qualcuno a ore e ore e ore di ascolto.
"Pierino non è maturo, fatica ancora a mantenere l'attenzione durante le spiegazioni"
Accidenti Pierino...quanto ti capisco! Oggi non ne potevo più! Tutte cose sacrosante e importanti, non dico di no.
Comunque eccomi qui: interrogatemi pure su tutti i possibili casi di (in ordide alfabetico): discalculia, disgrafia, dislessia, disortografia... ah sì c'è un nome anche per quella cosa di quando uno è proprio imbranato con le mani che non sa neanche allacciarsi le scarpe, neanche mettersi le dita nel naso...ma non mi ricordo che razza di 'dis' è.
La dottoressa è preparata, belle slides...tante informazioni, forse troppe. Sì, decisamente troppe.
Dottoressa, io sono solo una maestra, tanti dubbi sulle capacità dei bambini, tutti messi insieme, mi portano un po' di...sconforto.
Io come farò ad accorgermi che Pierino ha quella cosa così strana e pericolosa che negli anni lo potrebbe portare a gravi conseguenze? Come faccio a capire che quella tal distrazione non è perchè la mosca vola, il sole scalda già e Davide ha voglia di andare a giocare... ma perchè ci sono dei disturbi di apprendimento e allora bisogna fare tutte le prove e può essere che se non lo facciamo in tempo può essere che Davide perda il treno del futuro e...
Calma ragazzi, bisogna ragionare. Una cosa è dare la giusta importanza alle nuove ricerche sull'apprendimento, e un'altra è pensare che siamo tutti malati.
La diagnosi la fanno i dottori, le maestre possono solo guardare i loro bambini con l'attenzione del desiderio. Desiderio del bene, del vero, del bello che c'è nei bimbi e, perchè no, anche nel cuore un po' scalcagnato delle maestre. Mica sappiamo tutto, anzi, mica è garantito che anche sapendo tanti bei paroloni psicologici, pedagocici, didattologici... saremo poi capaci di salvare Pierino.
Noi possiamo solo fare il nostro lavoro umilmente e con passione, imparare tutto quello che c'è da imparare, ma per fortuna la salvezza di quei bambini non siamo noi.
Va bene dottoressa, vengo anche lunedì al suo corso, ma solo perchè voglio bene a Pierino... e un po' anche a me.

Il racconto di Sara

Ultimo tema dell'anno...la maestra non ha più idee...bè raccontatemi del supermercato, realtà o fantasia, dite quello che volete basta che abbia una logica. Ed ecco cosa si è inventata Sara. Decisamente la maestra ha tanto da imparare!!!


ciao ciao...buone vacanze bambini!!!

la scuola è finita...

...e Marina non sa dove mettere Luca e Giulia. Le ferie sono ancora un miraggio lontano. Fabio è sempre in giro per lavoro e i nonni...fortunato chi li ha!
Baby sitter? Trovarle! E poi se ne va più di mezzo stipendio, non solo per pagare la ragazza, ma anche per le inevitabili telefonate di una mamma diffidente.
"Accidenti ai maestri e ai loro tre mesi di ferie!"
Iniziano le olimpiadi delle mamme, salti mortali carpiati e doppi, o tripli, a seconda del numero dei figli.
Giro di telefonate: Sandra li manda al kinderheim...sì per una settimana esclusiva, animatori esclusivi, posto a 4 stelle...ti toccherebbe fare un mutuo, senza risolvere niente...cos'è una settimana? Una goccia nel mare.
Anna lavora in casa...ma col cavolo che si tiene anche i tuoi!
Marina torna a casa sconsolata, mentre i due marmocchi già iniziano a litigare per i turni alla play station. Apre il portone, casella della posta.
"Mamma mi regalate un cane per la promozione?"
"Sì, davvero ci manca anche il cane! E poi bisogna vedere se sei promosso!"
"Ma dai, lo sanno tutti che alle elementari non si boccia nessuno!"
"Ma per te è sempre tutto così scontato...? fringuello!"
Una busta nella casella, la apre distratta e con i movimenti impacciati...tra borsa della spesa, chiavi della macchina e... "Senti Giulia, è ora che impari a portartela un po' tu questa cartella, no?!"

"Cari genitori, siamo un gruppo di mamme del quartiere alle prese con il problema del giorno: a scuole chiuse dove stanno i bambini mentre noi lavoriamo?
Abbiamo pensato di condividere con tutti questo bisogno, perciò ci siamo organizzate in turni, cercando la disponibilità di ragazzi grandi e nonni in gamba. Non vi offriamo un parcheggio, perciò chiediamo una mano anche a voi, anche poco tempo o qualche idea...tutto ci può aiutare. Don Livio ha dato la disponibilità dei locali dell'oratorio. Vi aspettiamo.
...calendario delle attività... telefono del responsabile...."


La manna! Sì...ma Giacomo sarà d'accordo? Solo a sentir parlare di oratorio gli si rizzano i capelli!
Tentar non nuoce...non si dice così?
Marina ripensa agli anni in cui lei aveva l'età dei suoi figli, allora non si stava a scuola tutto il giorno...tornava sempre a casa a mangiare... eppure anche sua madre lavorava... come se la cavava lei?
Vicine di casa, oratorio, nonni e cortile, quando i cortili in città avevano i portinai, e che soggetti! Non potevi fargliela al signor Gino, anche quando non lo vedevi era sempre presente. E quella volta che si erano nascosti dietro la latteria? Un gruppo di scalmanati marmocchi in libera uscita? Sì, così credevano loro, ma era saltata fuori la signora Maria, la panettiera...ci aveva pensato lei a sgridarli... e poi li aveva mandati a casa con un panino ciascuno...
E i giochi? Per la campana bastava un pezzo di gesso e l'asfalto, le bilie, cinque noccioli di albicocca e molta abilità di mano. Nascondino. Rialzo, 'Ce l'hai'. Litigate? Tante, ma chi osava andare a frignare dalla mamma affrontando il disonore?
Mica c'era nessuno che ti faceva l'animatore... anzi, i grandi erano pregati di farsi gli affari loro, ma c'erano.... accidenti se c'erano! Magari non erano tuo padre e tua madre ma un adulto contro cui incocciare lo trovavi sempre.
Cosa è successo ora? Il deserto. Intorno alla mia famiglia il deserto. La scuola ha iniziato a rosicchiarsi il tempo dei miei figli, bello, per carità, molto comodo...ma non ce ne siamo accorti e a poco a poco le abbiamo consegnato tutto, come quando al parcheggiatore lasci le chiavi della macchina, ti fidi ovvio. Solo che anche i garage hanno i loro orari di chiusura... solo che mio figlio non è mica una golf!

"Giacomo, che ne dici se Luca e Giulia li mandiamo all'oratorio in Giugno?"















sete

Cosa si dice ad un amico quando se ne va? Cosa si dice sapendo che non ha capito, e che forse non capirà mai, tutta la lotta di tutto il bene, di tutto il cuore che ci hai messo?
Non è che ti vengono tante parole, ma vorresti concentrare nel tempo e nello spazio quello che non sei riuscito a far capire prima, prima quando forse di spazio e tempo ne avresti avuto.
E allora scopri che neanche con un milione di anni e miliardi di parole potresti fare quello che non riesce a fare un abbraccio.
Perchè?
Dannata impotenza! E dannatissima verità: il mondo non lo faccio io, e nemmeno il mio amico lo faccio io, e nemmeno me stessa. Tutto ho ricevuto in questo pacco dono che non ho ancora finito di aprire.
Ma allora perchè questa fastidiosa sensazione di essere stata un po' presa in giro? Perchè mi regali qualcosa....mi lasci il tempo di affezionarmi e poi...zac! Come uno scherzo da prete mi togli la sedia mentre sono lì per sedermi?

Ci deve essere qualcosa che mi sfugge. Non mi rassegno. Tutto il mio amore sta gridando il contrario, ci deve essere qualcosa in più, se c'è la sete vuol dire che c'è anche l'acqua.



"...arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua..."



botulino

Oggi sono arrivata a questa lapalissiana conclusione: ognuno ha il suo dramma.
Mbè?! Scoperta da un milione di dollari! Ma c'è una bella differenza tra dirlo e crederci. Provaci!
Diciamo che almeno 23 ore su 24 della nostra giornata siamo indaffarati a far fuori la drammaticità dalla nostra vita, il bisogno, quel senso fastidiosissimo, diabolico di impotenza. In che modo? Devo fare l'elenco o posso risparmiarvi quattro ore di lettura noiosa?
Ognuno conosce bene le sue strategie, e, anzi, sarebbe contento di qualche dritta riguardo a quelle degli altri.
Comunque uno dei più comuni è il pensare che per alcuni in fondo la vita non è poi così difficile, e allora giù con un tre o quattro quintali di invidia e lamento....
C'è chi soffre perchè ha la cellulite e vorrebbe il fondoschiena come quello della Belen, e chi si deve arrabattare per arrivare alla fine del mese, con figli, moglie e nonno a carico.
Cosa? Come dici? E' scandaloso che non mi accorga della differenza?
Ma non siamo moralisti per favore.... certo che la ragazzina voglia fare la 'modella' e non ci riesce fa un po' ridere ma per lei non è meno drammatico dello tzunami in Giappone. E cosa mi dite della cinquantenne che corre dietro alle proprie antiche decadenti beltà come un idraulico impazzito nella casa che si sta allagando?
C'è di mezzo sempre una cosa che si chiama morte. Una parola grossa? No, una delle cose più certe della vita.
Ma perchè allora le fans del fisico perfetto ci fanno incazzare e invece una madre che perde un figlio ci ispira i più alti sentimenti di compassione?
Non lo so ma credo che per questa mamma il dramma è evidente, non è falsamente nascosto, mentre per la vecchia la tragedia è inutilmente mascherata dal botulino, e così si trasforma in qualcosa di grottesco.
Forse il problema è che desideriamo tutti una vita senza drammi, cioè falsa, passata fra le mani di qualche chirurgo estetico dell'esistenza, e così non ci accorgiamo di ottenere soltanto un'impalcatura dall'equilibrio precario anzichè una vita vera.

Il nonno pittore




C'era una volta un vecchio pittore malato. Un grande vecchio pittore malato. Per tutta la vita aveva raccontato la gioia nei colori. Con il suo pennello aveva fatto danzare la luce, le forme, la materia morbida e difficile della pittura.
Ma ora il pennello era così faticoso da reggere nelle mani!
L'aveva anche scambiato con forbici e carta, inventando farfalle e petali di colore per farci vibrare della sua stessa beatitudine.
Adesso era malato e stanco.
Lo assisteva una giovane infermiera. Timida, discreta.
Henry, così si chiamava il pittore, era rimasto colpito dalla finezza di questa ragazza e, con l'occhio dell'esperto, ne aveva anche apprezzato la delicatezza del viso, della figura, i movimenti, lo sguardo, il sorriso. Non che fosse particolarmente bella, ma cosa vuoi che sia per un vecchio pittore scovare la bellezza nascosta? Una prova in più, un divertimento, la sorpresa di saper ancora cogliere lo splendore della verità pur con l'occhio affaticato dal tempo.

Dal canto suo Monique considerava il vecchio pittore un amabile nonno,  e come ad un nonno riservava le sue cure, confidava preoccupazioni e desideri.

Nacque un'amicizia strana e gentile. Un genio anziano e cortese, una ragazza modesta, sveglia e discreta.
Il tempo passava e il vecchio pittore si riprese un poco. Non aveva più bisogno di Monique come infermiera, ma, con grande sorpresa della giovane che non si riteneva nè bella nè interessante, lui la volle accanto a sè come modella.

Henry non era più in grado di dipingere grandi tele, ma un artista sa cogliere le sfide, sa lottare con gli ostacoli e non contro di essi, sa rendersi amici i limiti. L'arte non è forza incontrollata, il tocco del genio si nutre di umiltà e sa che più è oscura la notte più la bellezza sarà luce nel buio.
Così le sue mani tracciavano segni sottili, svolazzi, linee eleganti per suggerire un volto, una movenza, un'espressione singolare, uno sguardo profondo. Poche risorse, grande profondità: il tocco del maestro in pochi tratti.

Il pittore stava bene con la sua giovane modella. L'aspettava, conversava con lei, ascoltava i suoi racconti, anche i silenzi, le insicurezze giovanili. Si compiaceva nel suo ruolo di saggio nonno, magari un po' brontolone, ma tanto, tanto affezionato alla sua amica.
Monique intanto sapeva che nella sua vita presto ci sarebbe stata una svolta. Però temeva il momento in cui avrebbe dovuto parlarne al suo caro nonno pittore.
Forse la sua scelta non sarebbe piaciuta a Henry, forse non avrebbe capito, lui così lontano da certe cose come conventi e messe e....suore. Sì, perchè Monique aveva deciso di entrare nel convento delle Domenicane di Vence. Avrebbe lasciato il mondo e si sarebbe chiusa tra quattro mura a pregare. Era convinta forse che non ci fosse cosa più lontana dalla mente del suo carissimo amico, ma un giorno prese il coraggio a due mani e glielo disse.
In effetti non fu facile per Henry capire come una giovane potesse trovare la felicità in una scelta del genere, ma fu come sempre gentile e comprensivo, davvero come un nonno che ama la sua cara nipotina.

Devi sapere che a Vence, nel convento delle Domenicane, dove sarebbe entrata Monique, da tempo pensavano di costruire una cappella. Ma come molte decisioni che devono essere prese in gruppo, e... in un gruppo di donne, non se ne veniva a capo.
Solo dopo che Monique ebbe preso i voti perpetui e dietro insistenza anche del suo amico pittore, ecco che parve sbloccarsi qualcosa.

Il pittore sapeva bene che quella sarebbe stata la sua ultima fatica, e forse per questo ci mise tutte le forze che gli rimasero, prima per convincere tutti della bontà del progetto e poi nell'esecuzione. Non volle lasciare incompiuto nulla: progettò i disegni degli ambienti, preparò le vetrate e le immagini che avrebbero decorato i muri della chiesetta, pensò addirittura a finanziare egli stesso l'opera. Fu la sua ultima sofferta, gioiosa, luminosa parola in questo mondo, fu la sua preghiera.
Lui, che non aveva mai avuto molta dimestichezza con gli altari, arrivò a disegnare anche i paramenti sacri e le vesti dei sacerdoti che sull'altare avrebbero rinnovato il sacrificio di Cristo.
E fu la festa della luce, l'eleganza del tratto, puro senza inutili postille e orpelli.
In un piccolo punto del mondo un artista poco incline alla devozione cantò la sua ultima canzone come una preghiera, e disse alla sua amica che 'no', non era vero che lui non credeva in Dio, ma che tutto il lavoro della propria vita era esattamente come il suo recitare le ore con le consorelle, una domanda  che attraverso i suoi colori e le sue tele potesse passare un soffio di tutta la gioiosa bellezza del divino.
Si chiamava Henry, Henry Matisse.